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Menocchio

  • Uscita:
  • Durata: 104min.
  • Regia: Alberto Fasulo
  • Cast: Marcello Martini, Nilla Patrizio, Maurizio Fanìn, Carlo Baldracchi, Emanuele Bertossi, Mirko Artuso, Nilla Patrizio, Emanuele Bertossi, Agnese Fior, Mirko Artuso, Giuseppe Scarfì, David Wilkinson, Roberto Dellai, Gino Segatti, Roberta Potrich
  • Prodotto nel: 2018 da NADIA TREVISAN PER NEFERTITI FILM IN CO PRODUZIONE CON RAI CINEMA, BOGDAN CRĂCIUN PER HAI-HUI ENTERTAINMENT
  • Distribuito da: NEFERTITI FILM

TRAMA

Domenico Scandella detto Menocchio, il 28 aprile 1584 subisce un interrogatorio da parte dell'Inquisizione. Mugnaio autodidatta di un piccolo villaggio sperduto fra i monti del Friuli viene accusato di eresia; non dà ascolto alle suppliche di amici e famigliari e invece di fuggire o patteggiare, affronta il processo. Non è solo stanco di soprusi, abusi, tasse, ingiustizie. In quanto uomo, Menocchio è genuinamente convinto di essere uguale ai vescovi, agli inquisitori e persino al Papa, tanto che nel suo intimo spera, sente e crede di poterli riconvertire a un ideale di povertà e amore.

Dalla critica

  • Cinematografo

    C’è una curiosa assonanza tra il parto di una capra, che lo sceneggiatore in erba di Mektoub, My Love – Canto Uno di Abdel Kechiche brama più di qualunque altra cosa, e il parto di una mucca in Menocchio di Alberto Fasulo: non è, si capisce, solo un venire alla luce, ma il farsi luce, ovvero il cinema stesso, ovvero la luce che il regista francese metteva in esergo prendendo da Bibbia e Corano. Anche qui, religione, quella dal basso e ad altezza uomo del mugnaio eretico Menocchio e quella dall’alto e a bassezza gerarchica della Chiesa ufficiale, tutta croce (altrui) e Inquisizione: siamo in Friuli, alla fine del Cinquecento, ed è caccia all’eterodossia. Con una ricerca storiografica basata sull’opera Domenico Scandella detto Menocchio I processi dell’inquisizione (1583-1599) di Andrea Del Col e tenendosi distante dal celebre Formaggio e i Vermi di Carlo Ginzburg, Fasulo ( Rumore bianco , Tir ) inquadra l’eponimo mugnaio autodidatta (Marcello Martini, attore non professionista, mirabile, un Rutger Hauer più intenso) e ne fa corpo vivo, e ferita aperta tra i sepolcri imbiancati. E’ la scelta non negoziabile di Fasulo per interpreti non professionisti, occhi, rughe, denti senza pulizia dentale e altre scomode verità, spesso approcciate in primissimo piano, a dare nell’occhio, a togliere non la storia bensì la storicizzazione, affinché Menocchio sia appunto corpo vivo, qui e ora. Con un exemplum cristico, una pratica di vita irriducibile da chiamare in causa, allora, lo stesso Papa e, oggi, lo stesso Papa: che ne è di Menocchio? Che ne è di quell’esperienza non addomesticabile, non peregrina, non – sarà davvero così? – abiurabile? Fasulo non lo mette in campo – meglio, non lo trova in campo, si direbbe – guardandolo dall’alto in basso, con l’alterigia dei letterati, dei dotti e sapienti: ce lo conserva per l’uomo che era, senza farne un simbolo, e però senza depauperarlo di una carica simbolica, di una luce diffuso tra vitelli d’oro e fedeli tremebondi. Tra eredità poetiche, simmetrie ideologiche e analogie stilistiche, da Il villaggio di cartone di Ermanno Olmi a Gostanza da Libbiano di Paolo Benvenuti e Su Re di Giovanni Columbu, può venire in mente qualcosa, ma non negli occhi: questo è cinema bastian contrario, cinema di spelonca, recluso ma indomito, eretico nel profondo, nella libertà di parola (“l’ideologia” che sentiamo è spuria) e ancor più di sentire. Non è per tutti, si capisce, Menocchio, ma per qualcuno può essere tutto.

  • la Repubblica

    (...) A renderlo celebre era stato, nel 1976, un libro di Carlo Ginzburg, 'Il formaggio e i vermi', dove si sottolineavano l'originalità e la forza della sua visione del mondo, che sembravano rimettere in discussione la tradizionale visione della cultura popolare e del suo rapporto con le istituzioni dominanti. Il documentarista Alberto Fasulo (vincitore anni fa del Festival di Roma con 'Tir'), per il suo esordio nel cinema di finzione, presentato all'ultimo Festival di Locarno, non si è rifatto al libro di Ginzburg ma ai documenti e alle ricerche successive di Andrea Del Col. La figura che ne emerge è comunque quella di un uomo del popolo che elabora una visione alternativa a quella della Chiesa, dal punto di vista teologico (Dio è dovunque, dice) e politico ('I peccati li avete inventati voi'). (...) Ne emerge una visione che si concentra non solo sulla dinamica tra inquisito e inquisitori, ma tra un uomo e il proprio mondo: Menocchio è parte di una comunità, ne è espressione piena e consapevole, i dialoghi si ispirano, ma alla lontana, ai verbali, restituendo un personaggio meno 'mugnaio' e più 'eretico'. Ma l'attenzione del regista, coerente con il suo percorso, è volta a rendere la presenza fisica dei personaggi e dei luoghi, scegliendo volti che incarnino credibilmente personaggi lontani 500 anni (impressionante la scelta delle facce, a cominciare dal protagonista Marcello Martini). La frontalità, i primissimi piani, spesso senza controcampi, stringono i personaggi in una morsa. Il senso fisico della presenza dei personaggi è filtrato però attraverso una ricerca formale tendente al pittorico, che esalta la luce, secondo una linea riconoscibile e collaudata, quasi un genere, che unisce al gusto della ricerca storica quello del confronto con la pittura, e la ricerca di modelli di rappresentazione stilizzati, insomma carnali ma non realistici. Il modello più vicino sembrano essere certi film di Paolo Benvenuti, come Confortorio o Gostanza daLibbiano. E, sullo sfondo, le vie opposte ma non inconciliabili del Rossellini televisivo e della Passione di Giovanna d'Arco di Dreyer.

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