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Una notte di 12 anni

  • Uscita:
  • Durata: 123min.
  • Regia: Álvaro Brechner
  • Cast: Antonio de la Torre, Chino Darín, Alfonso Tort, Soledad Villamil, Silvia Perez Cruz, César Troncorso, Mirella Pascual
  • Prodotto nel: 2018 da MARIELA BESUIEVSKY, VANESSA RAGONE, FERNANDO SOKOLOWICZ, BIRGIT KEMNER, MARIANA SECCO PER TORNASOL FILMS, HADDOCK FILMS, ALEPH MEDIA, MANNY FILMS, SALADO
  • Distribuito da: BIM DISTRIBUZIONE, MOVIES INSPIRED.
  • Tratto da: romanzo 'Memorias del calabozo' di Mauricio Rosencof e Eleuterio Fernández Huidobro

TRAMA

1973. L'Uruguay è governato da una dittatura militare. Una sera d'autunno, tre prigionieri tupamaro vengono sequestrati dalle loro celle nell'ambito di un'operazione militare segreta. L'ordine è preciso: "Dato che non li possiamo uccidere, facciamoli diventare pazzi". I tre uomini resteranno in isolamento per dodici anni. Tra loro c'è Pepe Mujica che diventerà presidente dell'Uruguay.

Dalla critica

  • Cinematografo

    Una buia notte lunga dodici anni. Notte passata in carceri disumane, avamposti freddi e inospitali trasformati in prigioni, celle puzzolenti. Uruguay, 1973. Il futuro presidente del paese Pepe Mujica viene arrestato insieme ad altri due compagni tupamaro durante un’azione segreta con l’evidente scopo di annientare l’opposizione. L’obiettivo non è però uccidere i resistenti, fatto che potrebbe scatenato rivolte, piuttosto farli diventare pazzi. Le giornate dei prigionieri sono segnate dal vuoto, dalla totale assenza di riferimenti. Nessuna notizia arriva loro. Non possono parlarsi, incontrarsi, scrivere. Tre uomini in balia del nulla, sostenuti esclusivamente dagli ideali politici e da una profonda umanità che anche nelle peggiori condizioni fa loro provare empatia persino per i carcerieri. Un tragitto nell’oscurità guidato da un’unica luce, la fiducia incondizionata verso gli uomini. La noche de 12 años , spiega lo stesso Alvaro Brechner, racconta senza sconti l’incredibile calvario di privazioni subite da Mujica e i sodali partendo dalla domanda di ciò che resta di un essere umano a cui è stato tolto tutto. A rendere attuale l’operazione, pur tratta da una storia vera, è proprio l’assunto universale adattabile a ogni uomo che cada preda di un regime totalitario o di uno stato che non vigila, come dimostra la vicenda di Stefano Cucchi. Al pari di Sulla mia pelle , anche il film di Brechner riflette dunque su questioni universali che hanno a che fare con i diritti fondamentali di ogni cittadino. E per questo anche La noche de 12 años è un’opera necessaria che solleva questioni sulle quali non si deve mai smettere di riflettere. È bello pensare che il cinema civile, a qualsiasi latitudine, abbia ancora un senso.

  • Corriere della Sera

    Álvaro Brechner firma un film molto tradizionalmente militante che chiama a raccolta passioni ed emozioni, sentimentali, civili e morali.

  • La Repubblica

    "(...) il film di Brechner si concentra quasi esclusivamente sulla prigionia, seguendone le varie fasi. Però il realismo abbastanza piatto della regia, se sacrifica lo sfondo, non trova un senso né politico né estetico (né tanto meno metafisico alla Bresson), e anzi in alcune scene con flashback e visioni ha qualche caduta.

  • La Stampa

    Il regista Alvaro Brechner rievoca quei dodici anni di orrore attraverso tre personaggi che in seguito avrebbero avuto importante peso nella vita pubblica del Paese, a partire dal futuro presidente Pepe Mujica, ma lasciando vaghe le motivazioni politiche (per perseguire i loro ideali i tupamaro ricorsero anche ad azioni armate); e focalizzando l'attenzione sulla follia di una violenza fine a se stessa; e sull'umana capacità di sopravvivere in condizioni disumane. Girato con professionalità e nobile negli intenti, il film avrebbe tuttavia richiesto altro piglio per avere la concentrata forza drammatica e formale di analoghi kammerspiel, poniamo «Hunger» di Steve McQueen.

  • Avvenire

    (...) esempio riuscito di cinema civile (...) che racconta uno dei momenti drammatici vissuti fino agli anni '80 del secolo scorso da un Paese del Sud America. Stavolta è l'Uruguay del 1973, anno del golpe militare - il 27 giugno - dopo decenni di democrazia e benessere (al punto da essere definito «la Svizzera del Sudamerica»), interrotti però da una forte crisi economica che causò anche l'espansione della formazione di estrema sinistra dei Tupamaros. Composto da un miscuglio di tendenze ideologiche, il movimento Tupamaros - nato nel 1963 - era animato da un comune ideale socialista e dalla convinzione che la lotta armata fosse l'unica strada, in contrapposizione agli sterili dibattiti di quanti confidavano in una svolta. Ma non è tanto sul fenomeno guerrigliero che si concentra il film (...) quanto sulla dimensione shakespeariana di un «ostaggio» (così definito dagli stessi militari) in mano a una dittatura sanguinaria. «Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni», scriveva il 'Bardo' e la frase viene ricordata oggi dal regista Alvaro Brechner. Per questo la pellicola descrive i sogni dei 3 personaggi: José "Pepe" Mujica, autore di una vita incredibile che l'ha visto passare dalla pazzia - sfiorata appunto in prigione - alla presidenza del Paese nel 2009, Eleuterio Fernandez Huidobro, poi ministro, e il letterato Mauricio Rosencof. Un film simile rischiava di restare anch'esso prigioniero, della staticità e dei confini imposti dal soggetto. Un pericolo evitato dal 42enne autore di Montevideo, a parte alcune scene più oniriche, grazie alla sapienza nel descrivere l'unica cosa che ogni dittatore non può rinchiudere: la fantasia. (...) E felice è la mano nel raccontare una dittatura mettendone in luce gli aspetti più ridicoli, come la goffaggine di un soldato innamorato che si riscopre umano ricorrendo al colto Rosencof per scrivere una lettera o la scena in cui Huidobro non può defecare perché limitato dalle manette e con ciò provoca un consulto di militari davanti al bagno, visto che nessuno riesce a disobbedire a un semplice ordine. Perché il lato ottuso e grottesco c'è in ogni regime, a qualunque latitudine e in qualunque secolo.

  • Il Messaggero

    (...) un film nero, tutto tensioni, solitudini, soggettive da incubo e macchina in spalla nell'asciuttezza più rigorosa. Il canto melodioso di Silvia Pérez regala nel finale una magnifica 'The Sound of Silence'.

  • Il Giornale

    Un film di denuncia che lascia parlare, soprattutto, le immagini.

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